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Risvolti psicologici di un'educazione bilingue- parte 3

 per leggere la parte 1 di Risvolti psicologici di un'ducazione bilingue

per leggere la parte 2 di Risvolti psicologici di un'educazione bilingue

 

Dire sempre la verità: ovvero sul metodo del far finta di non capire e sui metodi di correzione degli errori

Dire sempre la verità: questo è sempre stato il mio motto con i miei bambini sin dalla loro nascita. Ovviamente non ho mancato di omettere alcune cose o di modificare leggermente la verità, quando l’ho ritenuto necessario, ma ho sempre pensato che i bambini meritassero di provare il massimo della fiducia nei confronti della loro mamma. Quindi anche per quanto riguarda la lingua, non mi sono mai trovata d’accordo con il metodo “mamma non capisce la lingua di papà” per spingerli a parlare l’italiano con me. Devo ammettere che a volte cado nella tentazione di farlo, perché non posso negare l’efficacia del metodo, ma se lo faccio è per parole specifiche che, in fondo, potrei anche non conoscere veramente…

 

I miei bambini sono al corrente del fatto che mamma studia l’olandese, che ce la mette tutta anche se a volte i risultati non le rendono giustizia e per questo mamma se la cava a parlare con maestre, mamme di compagni di scuola e nonni paterni. Per i miei figli è una situazione del tutto naturale, anche perché hanno ben percepito che “mamma parla un po’ di olandese”, quindi non conviene ingaggiare grandi conversazioni con lei in quella lingua. Tuttavia, ciò non toglie che la sera ci si goda un bel cartone animato tutti insieme in olandese!!

Loro non hanno mai dimostrato avversione per l’una o l’altra lingua sinora, ma mi rendo conto che, frequentando la scuola in olandese, bisogna far in modo che sentano la necessità di parlare l’italiano e soprattutto un buon italiano. Quindi è importante che abbiano contatti con altri italiani, affinché io non rappresenti l’unico referente. Inoltre, per stimolarli a migliorare, faccio finta di non capire – questo sì lo faccio- quando non si esprimono correttamente in italiano.  Il messaggio che voglio trasmettere loro è che se non imparano a parlare correttamente l’italiano non servirà a gran cosa, visto che gli altri non li capiranno. 

Tra le tante voci che si levLinano in favore del bilinguismo, c’è quella della Linguistic Society of America che si confronta con il tema in maniera divulgativa, ma chiara e puntuale.

Non starò qui a ripetere le varie definizioni di bilinguismo, né le posizioni diverse che ne derivano, argomento che, abbiamo capito, non trova sinora un accordo comune. Mi soffermo però su una breve frase che fa la differenza: parlando di bilinguismo che scaturisce dall’esposizione di un bambino a due lingue, l’articolo focalizza sulla necessità che l’esposizione, da sola, non fa un bambino bilingue, ma deve esserci interazione. Il concetto viene ampliato specificando che se l’esposizione ad una seconda lingua avviene esclusivamente attraverso la televisione il bambino non crescerà bilingue. Si potrebbe obbiettare che il bambino sarà un bilingue passivo, ma questo tema l’abbiamo già accennato in precedenza ed ho espresso le mie perplessità.

In ogni caso, sarà difficile che il bambino cresca bilingue attivo. L’interazione quindi prevede la conversazione attiva, quindi con la partecipazione dei due interlocutori. E’ per questo che gli esperti insistono sulla coerenza da rispettare nel rivolgersi ai propri figli sempre nella stessa lingua e, aggiungerei io, nel pretendere che rispondano anche in quella lingua.

Devo ammettere che, contro ogni teoria moderna, nutro qualche dubbio anche sul metodo di correzione degli errori che ai giorni d’oggi si ritiene più appropriato. Gli esperti raccomandano di non correggere l’errore interrompendo la frase, di lasciar parlare il bambino e semplicemente di ripetere poi la frase corretta. Partendo dal presupposto (forse errato) che ai giorni d’oggi, a mio avviso, si tende a lasciare i bambini molto, troppo, liberi e senza regole, la mia sensazione è che anche questo approccio all’errore segua un po’ la stessa scia.

Il ripetere la frase corretta, nella mia esperienza, non sempre rende il bambino consapevole dell’errore commesso, dal momento che l’enunciato è stato compreso. E’ certamente un metodo che evita la frustrazione nel bambino e questo è un elemento di cui tener conto. Ma la frustrazione viene anche combattuta con adeguate lodi quando invece il bambino raggiunge il risultato corretto. Perché, anche questo a volte mi lascia perplessa, ho l’impressione che la tendenza odierna di proteggere i nostri figli sconfini a volte in un tentativo disperato di spianar loro la strada ad ogni costo. E su questo non mi trovo totalmente d’accordo. Quindi, tornando alla correzione degli errori, personalmente non mi faccio scrupoli ad interrompere la frase e pretendere che la si ripeta correttamente, perché il mio scopo, ripeto, è quello di far capire ai miei figli che se il messaggio arriva scorretto ci possono essere conseguenze anche spiacevoli come “ mamma, sono sotto il letto” (intendendo sotto le coperte), a questo punto mamma non mi troverà mai perché guarda nel posto sbagliato!

Quindi, anche per gli errori non mi piace nascondere la verità sotto una veste più accettabile, che potrebbe invece indurre a malintesi riguardo a quello che è davvero accettabile e quello che è irrimediabilmente sbagliato.

Commenti  

 
0 #2 Risvolti psicologici di un'educazione bilingue- parte 3Foot Pain 2017-08-09 17:45
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