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Intervista ad Antonella Sorace

 

La dott.ssa Antonella Sorace, professoressa di Developmental linguistics presso l'Università di Edimburgo, ha condotto studi sul bilinguismo i cui esiti hanno ottenuto un riconsocimento a livello mondiale.

Antonella Sorace è anche impegnata nel diffondere i risultati della ricerca nel campo del bilinguismo al di fuori degli ambienti accademici. Vediamo come. 

Dott.ssa Sorace, Lei ha fondato un centro di informazione sul bilinguismo, il Bilingualism matters, ci vuole spiegare esattamente di cosa si tratta?

Bilingualism Matters è un servizio di informazione che si propone di rendere accessibili e diffondere nella società i risultati della ricerca linguistica e cognitiva sul bilinguismo.

Il numero sempre maggiore di famiglie bilingui e multilingui in tutti i Paesi europei rende sempre più necessario avere una corretta informazione sui fatti e i benefici del bilinguismo. Purtroppo ci sono ancora molti pregiudizi radicati, in netto contrasto con i risultati della ricerca degli ultimi anni che invece dimostrano come crescere con più di una lingua comporti numerosi vantaggi che durano dall’infanzia alla terza età: i parlanti bilingui hanno una migliore comprensione di come funziona il linguaggio e una maggiore flessibilità mentale, che si manifesta non soltanto per le lingue ma in altri compiti e comportamenti non linguistici.  Il bilinguismo infantile sembra proprio essere un investimento per la vita.

Bilingualism Matters opera su tre fronti: l’introduzione di una seconda lingua nella prima infanzia, il mantenimento delle lingue minoritarie regionali, e il mantenimento delle lingue importate dall’immigrazione. Ci rivolgiamo a tutti i settori della società: famiglie, insegnanti, operatori sanitari. amministratori, e politici. Offriamo seminari, un servizio tramite email, e un sito web ricco di risorse.

Inoltre ci stiamo espandendo con ‘succursali’ di Bilingualism Matters in diverse località: ne abbiamo una già operativa a Tromsø, in Norvegia; un’altra sta per aprire nelle Ebridi, e una terza aprirà in Grecia la prossima primavera. Speriamo di averne una anche in Sardegna tra non molto.

Quali sono i motivi per i quali i genitori o altre persone a contatto con bambini bilingui si rivolgono più frequentemente al suo centro?

Ci sono alcune domande che ci vengono rivolte frequentemente dalle famiglie.  Molti genitori hanno il timore di confondere i bambini con troppe lingue: questo è un motivo di preoccupazione soprattutto se le lingue sono più di due. Un’altra domanda ricorrente è come comportarsi se il bambino non vuole più parlare la lingua di minoranza a casa: questa è una situazione abbastanza comune, che può verificarsi quando il bambino inizia ad andare a scuola e vede il suo bilinguismo come un fattore di ‘diversità’.

Il nostro consiglio è quello di cercare di continuare a parlare la lingua, pur accettando che il bambino possa attraversare una fase in cui preferisce rispondere nella lingua maggioritaria.

Spesso ci viene chiesto se il metodo ‘un genitore, una lingua’ (one parent, one language) è il più efficace, o che cosa fare quando uno dei genitori non capisce la lingua dell’altro. Riceviamo molte richieste di informazione e consigli dagli insegnanti, sia a livello di scuola materna che scuola elementare: molti insegnanti accolgono bambini provenienti da diversi paesi e lingue diverse, i quali inizialmente dicono molto poco nella lingua comunitaria, anche se la comprensione della lingua migliora molto rapidamente.

Cosa rispondete alla domanda sul metodo da seguire? Esiste un metodo più efficace di altri per crescere i propri figli bilingui? Ci sono regole imprescindibili ?

No, non esiste un metodo 'magico' che garantisce il bilinguismo attivo nei bambini, anche perchè le situazioni familiari sono molto diverse tra loro e quindi un metodo che funziona bene in una familgia potrebbe non funzionare in un'altra.

'Un genitore, una lingua' non è l'unico metodo: alcune famiglie parlano solo la lingua di minoranza a casa, altri parlano la lingua di maggioranza, ma i bambini frequentano scuole dove la lingua minoritaria è la lingua veicolare. Qualsiasi metodo va bene se (a) garantisce input in entrambe le lingue e (b) non è 'forzato' e mette a proprio agio tutti i membri della famiglia. 

Parlando del mischiare le lingue (code-switching), la ricerca moderna non lo considera più un fenomeno di per sé negativo. Cosa consiglia ad un genitore di fare quando assiste al miscuglio di lingue da parte del suo bambino? Quanto è giusto intervenire e in che misura?

Il code-switching non è di per se stesso un indice di confusione: ci sono comunità bilingui nel mondo in cui tutti i parlanti anche adulti alternano le lingue nelle conversazioni di tutti i giorni, e la ricerca ha dimostrato che queste alternanze seguono delle regole ben precise, che vengono apprese dai bambini molto presto.

A volte i bambini ‘prendono a prestito’ delle parole dall’altra lingua perchè le conoscono meglio, o perché esprimono meglio il messaggio. Infine ci sono regole sociolinguistiche, anch’esse apprese nella prima infanzia: in genere i bilingui mescolano quando parlano con altri bilingui, ma non quando parlano con monolingui, perchè sanno che non verrebbero capiti.

Dalla ricerca emergono i benefici del bilinguismo per il nostro cervello. Tuttavia, se è possibile definirlo a priori, quante lingue contemporaneamente può sopportare il cervello di un bambino? 

E’ difficile rispondere a questa domanda con una cifra precisa, perché molto dipende dalle condizioni individuali e dalle dinamiche familiari e sociali. Tuttavia i bambini hanno bisogno di sentire ciascuna lingua in misura sufficiente e in situazioni che li coinvolgano e li motivino ad usare quella lingua. Quindi più lingue ci sono, meno input avrà il bambino, anche nella situazione ipotetica di parità assoluta di esposizione a ciascuna lingua. 

Se ci sono più di due lingue, credo sia importante che i genitori siano realistici e non si aspettino uno sviluppo uguale e parallelo in tutte le lingue: spesso una delle lingue viene sentita meno delle altre, e il bambino potrà sviluppare abilità di comprensione ma non di produzione in quella lingua. Più avanti, se la situazione e l’equilibrio tra le lingue cambiano, il bambino potrà diventare fluente in quella lingua a tutti i livelli.

I ‘bilingui perfetti’ non esistono: sono le circostanze di uso della vita quotidiana a determinare quale delle lingue sia dominante o più passiva, e questi equilibri possono cambiare diverse volte nel corso della vita.

Un’ultima curiosità riguardo all’accento. Quando un bambino bilingue mostra un accento marcato della lingua dominante anche quando parla l’altra sua lingua, cosa consiglierebbe ad un genitore, se volesse correggerne l’accento?

Consiglierei non di correggere l’accento apertamente, ma di dare più input nella lingua minoritaria al bambino e possibilmente input da fonti e parlanti diversi. In molti casi c’e’ uno squilibrio tra la lingua della comunità, che viene sentita e parlata a scuola e altrove, e la lingua minoritaria, che viene sentita solo a casa.

Il bambino potrebbe anche usare l’accento per manifestare la sua appartenenza alla comunità e alla lingua dominante. Infine, sentire parlare la lingua da più persone sembra essere molto importante (in modi che ancora non comprendiamo a fondo) per vari aspetti dello sviluppo linguistico, incluso l’accento.

 

Ringrazio la dott.ssa Sorace per la Sua disponibilità e per i Suoi preziosi consigli e Le faccio i miei complimenti per l'interessante iniziativa di Bilingualism Matters.

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