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L’educazione bi- e plurilingue: un approccio neurologico

 

 

Recentemente ho avuto occasione di leggere un libro molto interessante sul bilinguismo: Neuropedagogia delle lingue, di Franco Fabbro, Astrolabio (2004).

Dopo un excursus storico sull’educazione bilingue, l’autore spiega in maniera chiara, anche ai non addetti ai lavori, come funziona l’apprendimento delle lingue per i bambini e quali aree del loro cervello vengono coinvolte.

Praticata già fin dall’antichità, l’educazione bilingue ha conosciuto periodi di fortuna, ma anche di sventura. Fino a tempi recenti anzi, la tendenza prevalente di esperti linguisti e di educatori ha  posto l’accento soprattutto sui risvolti psicologici negativi che tale forma educativa avrebbe avuto sui bambini. L’educazione bilingue era fortemente sospettata di provocare non solo confusione, ma addirittura disturbi di natura psicologica.

È evidente che le teorie risalenti all’inizio del Novecento si basavano su conoscenze molto limitate rispetto a quelle a cui possono fare appello i ricercatori odierni. La neurologia ha compiuto enormi progressi nello studio del funzionamento del cervello in questi ultimi quindici anni, giungendo a risultati sorprendenti. Semplificando molto, si può dire che gli esiti degli studi recenti hanno permesso di teorizzare un funzionamento della memoria umana suddiviso in moduli indipendenti e ciò ha condotto alla scoperta che l’immagazzinamento della lingua madre avviene in un luogo diverso della memoria rispetto alle lingue apprese in età più tarda. Quanto detto dipende dal processo di maturazione del cervello che in tenera età ha una duttilità che invece perde progressivamente con la sua maturazione. È proprio questa plasticità che permette al cervello di un bambino di apprendere le lingue con maggiore facilità rispetto ad un adulto.


 

Gli studiosi hanno individuato delle fasce di età che definiscono le fasi dell’apprendimento linguistico. Da 0 a 3 anni il bambino ha la massima capacità di acquisire lingue in maniera perfetta dal punto di vista fonologico (la pronuncia) e morfosintattico (grammatica e struttura). Fino agli 8 anni il bambino è ancora in grado di apprendere lingue a livello di lingua materna, senza accento e senza errori, sebbene questo richieda uno sforzo maggiore da parte sua. Dopo gli 8 anni le difficoltà aumentano progressivamente fino ad arrivare all’età adulta quando l’apprendimento di una lingua non sarà mai completo. Ovviamente i risultati raggiunti singolarmente dipendono anche dal patrimonio genetico di ognuno di noi, che ci rende più o meno portati per una determinata attività rispetto ad un’altra.

Alla luce dei fatti qui riassunti in maniera sintetica, ma speriamo chiara, Italobimbi si fa promotore di un messaggio che va al di là del semplice appello a sostenere la propria iniziativa, ma desidera anzi sensibilizzare sull’importanza di un apprendimento precoce e approfondito delle lingue, qualunque esse siano. Nel nostro piccolo noi possiamo offrire un punto di riferimento per ampliare la conoscenza dell’italiano, per non lasciare che l’italiano resti una lingua “seconda”, ma che diventi parte integrante della cultura dei nostri bambini, per dar loro le radici necessarie ad uno sviluppo psicologico più sereno ed equilibrato possibile.

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